Chi siamo

Sezione A.I.A. di Treviso

Scopri di più sul nostro presente e sul nostro passato!

Ultimo aggiornamento: 23/08/2019

Totale associati: 207

Organi Tecnici Nazionali
CAN A: 1 Assistente Arbitrale
CAN B: /
CAN PRO: 2 Assistenti Arbitrali | 1 Osservatore Arbitrale
CAN D: 2 Arbitri | 1 Assistente Arbitrale 
CAI: 2 Arbitri
CAN 5: 7 Arbitri | 1 Osservatore Arbitrale
CAN BS: /

Organi Tecnici Periferici
OTR: 25 Arbitri (di cui 13 con funzione di Assistente Arbitrale) | 9 Osservatori Arbitrali
OTS: 100 Arbitri | 36 Osservatori Arbitrali | 1 Arbitro Fuori Ruolo

La Sezione AIA di Treviso è nata il 29 dicembre 1927. Dopo oltre 90 anni di storia attualmente rappresenta la 3 Sezione più grande del Veneto.

Con oltre 200 associati, divisi tra categorie provinciali, regionali e nazionali, cura la formazione di giovani arbitri con l’intento di farli crescere in un ambiente di regole e divertimento, in cui lo spirito di gruppo è il veicolo più importante per raggiungere obiettivi e successi nel rispetto delle regole e formando la personalità.

La partecipazione degli associati nei diversi gruppi di lavoro è il primo tassello per la crescita.

In primis con i gruppi tecnici CRA/Nazionali, Referee Lab per i giovani, Progetto Futsal (C5) e Osservatori, proseguendo per Sala Stampa (articoli, foto, video) e attività ricreative  (Grandi eventi, Torneo intersezionale Gianni Martin, Futsal Promotion, Torneo di calcio a 7 sezionale di fine stagione).

Una #unicagrandefamiglia, che con orgoglio e determinazione si mette in gioco e al servizio del Giuoco del Calcio.

E’ la sera del 29 dicembre 1927, gli arbitri della FIGC e della ULIC si riuniscono e costituiscono il Gruppo Trevigiano Arbitri.

Dopo 90 anni volgiamo la testa indietro e cerchiamo di ripercorrere la storia della nostra Sezione, che inizia proprio in quella sala superiore del Gran Bar Sile, dove proviamo a tornare, con umiltà e fantasia, e dove “l’assemblea si chiuse inneggiando alla prosperità del nuovo Gruppo”.

Angelo Donadi, Ugo Storer, Antonio Pagnin, Angelo Pierobon, Bruno Zanotto, Pietro Bianchin, Angelo Gozo, Emilio Brunetta, Carlo Moretti, Rino Michieletto, Antonio Garatti, Domenico Fabbroni, Roberto Scudeller, Giovanni Guizzati, Giuseppe Baliva, Ennio Gobbo, Federico Masi, Luigi Masotti e Luciano Michieletti decidono di dare vita, come iniziava ad accadere anche nelle altre città, a un gruppo di arbitri.

Si legge nel Verbale di costituzione: “onde tutelare gli interessi di classe e per avere quell’affiatamento necessario per il raggiungimento di quella perfezione voluta per poter migliorare e progredire”;

Uno dei primi personaggi di rilievo è Ugo Storer, arbitro dal 1911 al 1926 con direzione di gare in tutte le categorie, nell’epoca in cui ogni squadra che s’iscrive al campionato, nel suo caso i Veterani di Venezia, indica un suo tesserato quale arbitro. Originario di Venezia si trasferisce a Treviso per esigenze lavorative ed è il primo Presidente di Sezione, per cinque anni.

Seguono le presidenze di altri fondatori: come il segretario storico, fino a quel momento, Angelo Pierobon, dal 1932 al 1948, e il Generale Antonio Pagnin dal 1948 al 1956; mentre Michele Carnio dirige la Sezione dal 1956 al 1959.

Proprio in questi anni molti associati lasciano il segno, alcuni approdando alle serie nazionali.

In particolare ricordiamo Rino Falzier, Rino Caner, Giorgio Zane, Marcello Visentin, Celio Perazzetta, Cesare Zardo, Franco Pelligra, Riccardo Marchese, Gino Umbertosi, Bruno De Santis e ancora, Righetto e Gianpietro Mazzoleni.

 Arriva poi il 1959, quando a capo della Sezione approda Leonida Zago, colui che sarà ricordato come una delle querce della Sezione, alla quale darà grande lustro, prima in campo dirigendo fino alla serie B e poi “dietro la scrivania” per dodici anni.

Sarà Presidente Nazionale della Commissione Arbitri, e riceverà la Stella d’Oro al merito sportivo da parte del CONI.

In quest’epoca Giorgio Bin arbitra in serie C con successo, sfiorando la promozione alla CAN , mancandola per il suo noto daltonismo.

Sergio Costeniero, colui che sarà poi Presidente Regionale, in questi anni è promosso alla CASP proseguendo poi la sua carriera come guardalinee in Serie A, nella terna di Rino Possagno.

Gabriele Riccitelli raggiunge gli Scambi e poi la CAND dei giorni nostri, figurando negli organici nazionali per sette anni.

 Il lungo mandato di Leonida passa alla storia indiscutibilmente, tra le altre cose, perchè vede crescere contemporaneamente tre direttori da massima serie nazionale: Paolo Milan, Rino Possagno e Nico Falzier.

Athos Favaro e Rino Possagno

Rino Possagno è il primo arbitro trevigiano a dirigere in Serie A.

Un metro e ottantasette di energia che intreccierà la sua storia con personaggi memorabili come Nereo Rocco, Rivera, Cudicini, Altafini, e Bobby Charlton nelle partite di Coppa Campioni.

 

Paolo Milan

Paolo Milan esordisce in Serie A nella gara Perugia – Napoli, dove dirigerà fino al 1982 quando terminerà la propria carriera sul campo con la gara Catanzaro – Cagliari. Guiderà poi la Sezione dal 1978 al 1984.

 

Domenico Falzier

Domenico Falzier dirige oltre 90 gare di Serie B fino a debuttare nella massima categoria in Avellino – Como, accompagnato dal Presidente Zago, che in un’intervista storica dice di lui: “Nico Falzier, ligio alle regole e a una visione del gioco limpida e improntata al buon senso”.

Sempre gli anni ‘60 e l’inizio dei ‘70 ci regalano due personalità d’altri tempi, con cui ancor oggi confrontarsi resta un piacere assoluto: Athos Favaro e Fernando Cigaia.

Athos raggiunge prima l’allora CASP come arbitro e poi, iniziato il percorso di assistente, la CAN A e B con circa 50 partite in curriculum.

Si impegnerà negli anni, con costanza e orgoglio, all’interno della Sezione ricoprendo tutte le cariche fino alla vicepresidenza per un lungo periodo.

Fernando Cigaia

Fernando Cigaia calca i campi di calcio in una cavalcata che lo porta fino all’allora CASP, diventando poi, in assoluto, uno degli associati trevigiani con una carriera dirigenziale di maggior spessore.

Sarà, infatti, in seno al Comitato Regionale per più di vent’anni, con una parentesi come Dirigente Nazionale Amministrativo dell’AIA (l’attuale S.I.N.) dal 1985 al 1987.

Tuttora svolge la funzione di Giudice Sportivo anche in un’altra Federazione (FISR), in particolare nell’hockey, in cui opera da oltre quarant’anni, e ha raggiunto il record di più anziano, per anni di attività, di tutte le Federazioni riconosciute dal CONI.

Un altro protagonista della storia trevigiana è Giuseppe Zanchetta, che dirige molte gare di Serie B.

Riceve altresì il Premio “Seminatore d’Oro” conferito dal noto giornale Guerin Sportivo, poco prima della promozione alla CAN.

Dal 1971 a dirigere la nostra Sezione è un altro illustre protagonista, e lo farà fino al 1978: l’Avvocato Antonio Gallego.

La sua dirigenza sarà ricordata come un periodo d’oro per i trevigiani, con arbitri e assistenti in tutte le serie nazionali, tra cui spiccano tre arbitri in Serie A.

Questi sono gli anni dell’arbitro Gianni Cervellin, uno dei pilastri della Sezione di Treviso.

Gianni dal 1970 al 1976 fa parte dell’organico CASP (IV serie), poi da osservatore approda alla CAND, dove gli è conferito il premio Nicolini quale migliore Commissario Speciale nel 1987.

E’ nominato Vice Commissario Regionale nella stagione 1984-1985.

Nella prima metà degli anni ‘80 due associati, oggi benemeriti, Antonio De Filippis e Antonio Bortoletto, brillano come assistenti raggiungendo la CAND, il primo, e la CANC, il secondo.

Lino Cattarin è a capo della Sezione di Marca dal 1984 al 1986, portando radicali innovazioni nella dirigenza e nell’organizzazione sia tecnica che associativa. Sarà poi nominato anche osservatore a livello nazionale.

Dal 1986 diviene Presidente di Sezione Gianni Cervellin e lo sarà fino al 1997.

Nella stagione 1997-1998 sarà nominato componente CRA.

Durante la sua presidenza si succedono molti ospiti di caratura nazionale: dal Presidente dell’AIA Lombardo agli arbitri di Serie A Agnolin, Casarin, Baldas e Bettin, ricordando inoltre il fischietto olimpico Diego De Leo.

In questi anni sono istituiti i primi raduni sezionali precampionato a Jesolo e la preparazione atletica estiva con preparatori professionisti della FIDAL, evoluzioni radicali nella storia e nell’approccio dei fischietti trevigiani.

Sempre in questi anni nascono i premi “Quercia sezionale”, “Scudetto d’oro”, “Bandierina d’oro” e “Fischietto d’argento”.

Assistente Internazionale De Santis

In questo periodo l’organico di Serie A e B annovera tra gli assistenti la presenza di Antonio De Santis che nel 1993 otterrà la qualifica di Internazionale.

Antonio nei tredici anni di attività al vertice, collezionerà 188 gare di Serie A e 15 internazionali, dando lustro alla nostra Sezione anche al di fuori del Bel paese.

Moreno Brusatin raggiunge la CANB come assistente, mentre Giorgio Da Ros prima, ed Ennio Costa poi, la CANC come arbitri.

Domenico De Carlo sarà nominato assistente alla CANC.

In questi anni entrano a far parte della compagine degli arbitri CAD, i nostri Antonio Bisetto, Gianfranco Zago, Moreno Fornasier, Germano Raccagna, Antonio Andreatta e Gianluca Cavazzina.

Calderone e Costa

Sempre in questo periodo raggiungono le categorie nazionali, come assistenti arbitrali in CAND, gli associati Pippo D’Ambra, Giacomo De Marchi e Sebastiano Genovese.

 

Arbitri CAN5: Zuanetti e Rossetto

Giorgio Rossetto viene inquadrato alla CAI 5, raggiungendo la massima serie. Antonio De Filippis e Antonio Bortoletto approdano in CAND come osservatori.

 

Mario Sanson

Un’altra figura di rilevo è sicuramente Mario Sanson, che nella seconda metà degli anni ‘80 esprime le sue capacità prima nel consiglio direttivo, anche come Vice Presidente, diventando poi Giudice sportivo dal 1989 al 1991.

Per nove anni presiede la FIGC provinciale, e dal 1993 assume il ruolo di componente della giunta CONI. Dal 2001 diventa Vice Presidente provinciale del CONI.

Dal 1997 al timone della Sezione approda Domenico Falzier.

E’ il periodo della coppia di assistenti in CANC Roberto Piscopo e Gianni Zanussi, degli assistenti CAND Pasquale Riccardi e Mauro Semerjian, di Matteo Carli agli Scambi, che successivamente prosegue come assistente sempre all’Interregionale.

Sergio Pellizzon si distingue come osservatore alla CANC, mentre Francesco Gava approda alla CAI 5. Andrea Armellin e Giovanni Buoso sono promossi agli Scambi.

Nella stagione 2004-2005, con la presidenza di Leopoldo Sorrentino reduce da tre stagioni in seno al Comitato Regionale Veneto come componente, inizia un periodo di novità a tutto tondo, con il coinvolgimento dei giovani anche a carattere dirigenziale.

Innumerevoli iniziative di aggregazione: tra le prime il sito sezionale www.aiatreviso.it, unico nel suo genere e tra i primi in Italia, ideato e realizzato dal webmaster Flavio Zancanaro.

Nel contempo viene data ancora maggior voce alle iniziative dei trevigiani, con la creazione della sala stampa.

Sono gli anni in cui la Sezione partecipa alle dirette televisive di “Calcio&Calcio”, dagli studi di La8, del primo stage a Coverciano, e di tanti ospiti di caratura nazionale come Maurizio Mattei, Oscar Girardi, Donato Nicoletti; di Lastrucci e Cumbo, e ancora, di Palanca, Orsato, Gava, Ciampi, Mazzoleni, il CT della nazionale di Futsal Menichelli, Feltrin e Bepi Pillon.

Il tempo corre veloce, e nel secondo mandato ogni stagione regala idee innovative.

Nasce il Gruppo attività ricreative cha vara il “Mercoledì in Sezione” e la “Classica di Natale”, coinvolgendo poi gli associati nelle partecipazioni a tornei nazionali per arbitri come il ”Monti” di Ancona.

Il gioco ricopre sempre maggiore importanza nella componente associativa, diventando strumento di formazione con il Futsal Promotion, e occasione di festa al Torneo ”Arbitro di Marca” di fine stagione. Da non dimenticare gli eventi, come il Carnevale in sezione.

Castellino e Zancanaro intrecciano il reale e il virtuale con il sito in continua evoluzione: nascono la pagina delle Attività Ricreative, con “La Scalata” che diventa un punto di riferimento soprattutto per i più giovani; il Portale di Atletica e RadioAiaWebTv con interviste, pagelle, servizi da vero e proprio telegiornale multimediale sezionale.

Il tutto crea un clima di unione che supporta l’attività tecnica, che in questi anni annovera numerosi successi.

Diversi associati raggiungono notevoli risultati a livello nazionale: Sandro Zanatta e Marco Tronchin in primis, seguiti da Andrea Armellin e Diego Regazzo, raggiungono la Serie C nel ruolo di assistenti. Dopo diciassette anni, inoltre, un arbitro raggiunge la CANC: Simone Aversano.

Gabriele Franceschin raggiunge la CAND come assistente, mentre Mauro Favaro gira l’Italia con la CAN5, e poi le spiagge dello Stivale come primo arbitro trevigiano del Beach Soccer, dal 2008.

Stefano Lena alla CAN5 raggiunge la Serie A e si afferma come Top Class.

Assistente CANA: Mondin

Luca Mondin, dopo l’esperienza arbitrale sino alla CAND prosegue il suo percorso alla CANPro come assistente, seguito a ruota da Flavio Zancanaro con il medesimo cammino.

Stefano Zoia è promosso alla CAI, così come Fabio Cappelletto qualche anno dopo.

Massimo Dotto, Giorgio Onori e Stefano Veronese raggiungono il panorama nazionale come osservatori.

Claudio Zuanetti tiene alto lo stemma dirigenziale sezionale come componente del Settore Tecnico prima, componente CRA a seguire, e infine come Vice commissario CAN5 per sei anni.

Il 2009 segna la sezione trevigiana. E’ l’anno in cui l’amico Gianni Martin lascia un vuoto enorme in tutta la famiglia AIA Treviso.

Da arbitro arriva all’allora IV serie, poi, dopo un’importante carriera da osservatore, ricopre il ruolo di vicepresidente sezionale.

Sempre disponibile, è una colonna portante della Sezione e lo ricordiamo vicino ai giovani, ai quali ha lasciato in eredità la sua passione.

In sua memoria i suoi amici più cari, in collaborazione con la Sezione, istituiscono una borsa di studio per premiare l’associato particolarmente distintosi per doti morali, tecniche e associative dal 2010 al 2014. Verrà assegnata agli associati Fabio Cappelletto, Michele Bagolin, Marco Menozzi, Alessio Carraretto e Thomas Alfieri.

Nel 2012 il già vicepresidente Giorgio Rossetto viene chiamato a far parte del Comitato Regionale Veneto come componente nella squadra del presidente Bettin.

Nel marzo 2013 Giacomo De Marchi succede a Leopoldo Sorrentino e si susseguono le attività in un crescente sviluppo del concetto di gruppo, con spirito di colleganza.

E’ l’era dei grandi eventi: il “Memorial G. Martin – Torneo delle Sezioni” coinvolge, infatti, tutta la regione, con oltre 500 presenze di associati delle 18 sorelle venete.

Raduno Sezionale Progetto Futsal

Il Futsal Promotion richiama ospiti internazionali del calibro di Malfer, Galante e Manzione; la squadra della Sezione conquista diversi titoli nei vari tornei regionali; la sala stampa si evolve coinvolgendo tantissimi associati in un’organizzazione redazionale vera e propria.

Non mancano gli ospiti prestigiosi: da Braschi a Giannoccaro, da Abbatista a Stevanato, sino al componente del Comitato Nazionale Giancarlo Perinello.

Il Progetto Futsal, nato come una scommessa nel 2012, dà i suoi frutti e il calcio a 5 biancoceleste diventa punto di riferimento della regione.

Il Settebello CAN5: Tasca, Raffaelli, Pozzobon, Barracano, Cigaia, Voltarel e Castellino

Il gruppo trevigiano conquista, nel mandato Zuanetti, la promozione di ben 7 associati alla CAN5, il settebello: Enrico Barracano, Filippo Cigaia, Calogero Castellino, Fabio Pozzobon, Gaudenzio Raffaelli, Angelo Tasca e Giacomo Voltarel. Stefano Lena è nominato compente CRA, sempre nel ruolo calcio a 5.

L’esaltazione del concetto di gruppo produce i suoi effetti, e con entusiasmo arriva il record di promozioni nella stessa stagione, quella 2013-2014: ben otto!

CAND: Modesto e Onori

In questi anni le bandierine si susseguono in CAND: Luciano Cordella, Nicola Vettori, Michele Zanatta, Marian Mosor. Alla CAI gli arbitri Marco Ceolin, Michele Collavo, Thomas Alfieri; e, dopo diversi anni, un nostro arbitro torna in organico alla CAND: Federico Modesto.

Nel frattempo Marco Ceolin, e a seguire Alessio Carraretto e Michele Collavo, conquistano la CAND nel ruolo di assistenti.

Luca Mondin raggiunge prima la Serie B, e successivamente la Serie A, esordendo a 16 anni di distanza da De Santis, venendo poi promosso al termine della stagione 2015-2016.

Assistenti CAND: Mirarco, Carraretto A., Ceolin e Collavo

Siamo ormai ai giorni nostri, al presente, con chi si è affacciato da poco nel panorama nazionale, come l’arbitro CAI Alessio Schiavon, il CAN5 Giacomo Voltarel e l’assistente CAND Andrea Mirarco; mentre il CAN5 Castellino ha da poco debuttato nella serie A del Futsal e Stefano Lecca è stato nominato componente del Servizio Ispettivo Nazionale.

Una storia lunga 90 anni, della quale da stasera, tutti insieme, inizieremo a scrivere il futuro!

 

 

Raduno Sezionale a Jesolo
La Sala Stampa
Ritiro estivo
Ritiro estivo
Raduno CRA Veneto

In occasione del 75^ anniversario, nell’autunno del 2002, viene realizzato un libro celebrativo, una sorta di “viaggio” attraverso immagini ed aneddoti, testimonianze e ricordi di quanti abbiano scritto la storia della nostra Sezione, calcando i campi più famosi, ai più alti livelli. L’opera nasce grazie alla passione e alla professionalità di Prando Prandi, giornalista di “Sportrevigiano”, che apre il libro, offrendo la propria testimonianza:

“Ho diretto, secondo un rapido calcolo, almeno 450 partite di serie A, più di 200 partite di serie B, innumerevoli partite dei campionati minori, 4 finali di Champions League, 5 finalissime dei campionati mondiali… Più o meno come milioni di appassionati di calcio che, alla domenica, in stadio o davanti alla televisione si immedesimano nell’arbitro, sostituendosi a lui (il più delle volte senza condividerle) nelle decisioni su un fallo o un fuorigioco. 
Anch’io, lo confesso, mi sono molte volte sentito arbitro andando allo stadio e guardando dall’alto della tribuna, le concitate fasi di gioco sotto ai miei occhi. comodamente seduto in tribuna stampa. Anch’io non sono sfuggito, in tanti anni di calcio, alla tentazione di criticare l’operato di questo o quell’arbitro. Fino a quando ho avuto modo di addentrarmi nel mondo arbitrale. Conoscendola più da vicino, capendo meglio cosa deve fare e non fare un arbitro, quale preparazione tecnica e fisica deve avere, quale tempra morale debba possedere, ho capito come il mestiere dell’arbitro sia davvero difficile. Da allora nei miei pensieri e nei miei articoli ho rinunciato a giudicare gli arbitri e ad esprimere pareri sulle azioni più confuse, le decisioni più indecifrabili. Per una forma di tardivo, incondizionato rispetto per una figura che mi ha sempre affascinato.
L’arbitro: un uomo tra 22 che deve correre più di tutti loro, non deve sbagliare come e concesso loro e deve apparire meno di tutti loro. Utopia ? Forse, ma il grande pubblico richiede proprio questo ad un buon arbitro, ogni domenica, assieme a quella dote che non si impara sui regolamenti e che nessuna moviola potrà porre in evidenza o sbugiardare: la personalità: nel gestire le situazioni, lo svolgersi della partita, le reazioni dei giocatori, l’imprevisto ad ogni azione. Tutto ciò senza scavalcare mai il limite invalicabile rappresentato dal regolamento che non deve esser interpretato ma semplicemente applicato.
Conoscendo più da vicino gli arbitri e diventando amico di molti, mi sono reso conto di dover testimoniare in qualche modo della loro fondamentale “onestà di fondo”, dello “stile” e della dedizione che mettono tutti nello stare in campo, avendo scelto per hobby o per mestiere uno tra i ruoli più ingrati che si possano immaginare.
Per dimostrare loro la mia stima e tutta la mia simpatia, ho pensato quindi di raccogliere in questo libro i pensieri più svariati sulla classe arbitrale, con l’intento di celebrare i 75 anni della Sezione di Treviso che inaugura una nuova sede e da questo evento riparte a caccia di nuove soddisfazioni e nuovi proseliti.
Augurandomi di aver idealmente raccordato le storie e le figure di un illustre passato con un futuro fatto di giovani promesse e arbitri appassionati che sono e resteranno sempre un patrimonio per il domani.”

Prando Prandi

Forse il più vecchio cimelio della Sezione di Treviso, appartenuto ad Antonio Garatti arbitro nel '28 di alcune partite di cartello
Seguono i ricordi di quanti abbiano scritto la storia della Sezione


L’arbitro dovrà sempre rimanere quello che era e dovrà essere: un giudice 
 
Diego De Leo

Diego De Leo è nato a Zenson di Piave il 5 dicembre 1920. Ha diretto in 27 anni di carriera più di 100 incontri fra squadre nazionali, oltre 200 fra squadre di clubs in ambito internazionale, più di 1500 in campionati nazionali. Nel suo curriculum spiccano la finale della XIX Olimpiade a Città del Messico tra Ungheria e Bulgaria e la gara celebrativa tra Brasile e Resto del Mondo a Rio de Janeiro nel 1968, la semifinale dei mondiali messicani ’70, la finale della Coppa America del 1957 vinta dall’Argentina di Angelillo e Sivori. Ha rappresentato nella sua carriera quattro Federazioni ed ha rivestito ruoli di vertice in ambito FIFA di cui è commissario speciale per la prossima Coppa del Mondo.

Diego De Leo ai campionati del Mondo di Città del Messico nel 1970Sono stato testimone e protagonista dell’evoluzione del calcio e dell’ambiente arbitrale in un periodo lunghissimo, dal 1945 ad oggi, ed è per questo che ho maturato nel mio intimo delle precise opinioni su come sia il mondo del calcio ai nostri tempi e come la figura arbitrale debba adattarsi o meno a questa mutata realtà che nel tempo ha assunto i contorni precisi di una vera e propria professione. A chi mi chiede se c’è differenza tra gli arbitri di ieri e quelli di oggi dico che la differenza non sta nell’arbitro, ma nella nuova realtà del calcio che oggi è un’industria. Gli interessi esasperati rendono sempre più difficile il compito dell’arbitro. Le regole sono le stesse e anche l’arbitro è sempre lo stesso, non sono cambiate la sua figura e le sue funzioni, ma egli incontra sempre maggior resistenze nel far rispettare le sue decisioni. 
L’arbitro deve sempre rimanere quello che era e che dovrà essere: un giudice. A renderne più difficile il compito oggi interviene anche l’evoluzione del gioco, meno tecnico ma più veloce e più cattivo. Per questo occorrono arbitri sempre più preparati, adeguatamente dotati di preparazione e di personalità. Giudico gli arbitri italiani di oggi, ben preparati, hanno davvero tutto per essere i migliori. Eppure c’è qualcosa nei nostri campionati di vertice che non va. Io sono contrario al dialogo tra arbitri e giocatori: non può e non deve esistere. L’arbitro deve applicare le regole e non discutere. 
In termini assoluti il ruolo di un arbitro deve essere , primo tra tutti, a mio avviso quello di far rispettare il regolamento. Tale rigore nell’impostare il proprio ruolo dipende anche da chi insegna agli arbitri come comportarsi in campo, come impostare una partita, come applicare il regolamento. Proprio per quiesto, per l’amore che ho nei confronti della carriera arbitrale, mi è sempre piaciuto insegnare. Sono stato a lungo professore di educazione fisica diplomato alla Farnesina. Ecco perché sono stato abituato a giudicare con severità anche gli arbitri. Quando per esempio vedo in Italia battere i calci di rigore in aperta violazione alla regola 14 e ricordo che i Lo Bello ed i Lattanzi li facevano ripetere anche tre volte se rirregolari, oppure quando vedo i falli da dietro non puniti con l’espulsione, come debbo rispondere agli allievi che mi sottopongono quegli esempi ? Ho un convincimento che coniuga l’adesione al regolamento alla crescita del calcio internazionale: solo gli arbitri preparati, forti di personalità e inflessibili nell’applicare le regole possono evitare che il calcio vada alla deriva.
E’ questa la speranza che ho per i molti giovani che si avvicinano alla carriera arbitrale. In particolare per quelli della Sezione di Treviso, alla quale sono stato sempre vicino, perché a Treviso ho avuto molti amici dai tempi in cui arbitravo i campionati universitari: Perazzetta, Bisigato, Chinel e tanti altri che ricordo con affetto. Da trevigiano mi auguro che la Marca riesca a sfornare in futuro qualche nuovo talento arbitrale da proiettare sul palcoscenico nazionale. E’ una speranza che vuol essere augurio.

Diego De Leo


Il mondo arbitrale mi ha regalato la gioia di farmi sentire sempre tra amici! 
 
Leonida Zago

Leonida Zago è nato a Padova il 9 ottobre 1908. Ha diretto in serie B iniziando la propria carriera arbitrale a 23 anni. E’ stato dal 1960 al 1974 presidente della Sezione arbitri di Treviso avendo la gioia di veder proiettati nella massima serie, fatto unico nella storia della sezione, ben tre arbitri. E’ stato Presidente Nazionale della Commissione arbitri. Nel 2000 ha ottenuto la Stella al merito sportivo da parte del CONI Veneto in qualità di presidente del Dopolavoro Ferroviario di Treviso del quale è stato “anima” e protagonista ai tempi della medaglia d’oro alle Olimpiadi di Città del Messico di Baran, Sambo e Cipolla, anni in cui, attraverso la sua infaticabile opera, venne edificata la nuova, moderna sede di via Benzi.

Sono stato per 14 anni presidente della sezione arbitri di Treviso e nella mia lunga esperienza con il timone tra le mani ho visto passare sotto i miei occhi arbitri bravi che non han fatto carriera, arbitri meno bravi che con un pizzico di fortuna sono andati avanti ed arbitri che han compiuto i passi che dovevano sospinti dalla capacità e dalla voglia di emergere. Tutti, comunque animati da una grande passione per l’arbitraggio che è la risultanza di molte componenti: capacità fisiche, conoscenza del regolamento, capacità morali e di carattere. Ma la mia più grossa soddisfazione è essere riuscito a portare sotto la mia presidenza tre arbitri di Treviso alla ribalta della massima serie. Un record che nessuno ha mai eguagliato. Tre personaggi diversi per carattere e capacità ma certamente tre arbitri con i fiocchi. Paolo Milan ovvero la voglia di sfondare impersonificata. Avrebbe spostato le montagne pur di arrivare in alto. E ce l’ha fatta. Poi Rino Possagno, forte tempra, grande carattere. Non aveva paura di nessuno quand’era in campo e sembrava dirigesse un esercito tanto era carismatico. Poi Nico Falzier, ligio alle regole e ad una visione del gioco limpida e improntata al buon senso. Lo accompagnai fino ad Avellino per quell’esordio che ricordo e che mi fa sgorgare qualche lacrima dagli occhi tant’è bello e sentito ancor oggi che son passati tanti anni!
Al mondo degli arbitri ho dedicato una vita, anzi l’arbitrare prima e far crescere arbitri poi è stata la mia vita! Quanti ricordi, quanti aneddoti. Non saprei proprio quale privilegiare. So soltanto che il mondo degli arbitri mi ha regalato la gioia grande di sentirmi sempre attorniato da veri amici. Cresciuti con valori comuni, con esperienze simili. Quando uscii dal mondo del lavoro (ho lavorato nell’ambito delle ferrovie con compiti di grande responsabilità) per entrare in pensione mi ritrovai dall’oggi al domani uomo libero di impegni ma preso da un grande senso di vuoto e di inutilità. Quando gli amici arbitri festeggiarono i miei 60 anni di tessera si strinsero attorno a me in una grande festa che colmò improvvisamente quel vuoto facendomi sentire attorniato da veri amici e dalla stima di tanti. Anche mia figlia mi confessò in quell’occasione vedendo tanta gente che mi voleva bene di aver scoperto solo allora quanto io valessi nel mondo arbitrale e nella vita.
Gli aneddoti dunque. Cerco di metterli in fila nella memoria. Si associano a nomi che han fatto la storia della sezione. Ricordo per esempio una partita a cui assistevo come osservatore. Era a Ponte nelle Alpi, non ricordo in che anno fosse. In campo a dirigere c’era Athos Favaro che in quanto a maniere forti, con i giocatori, non andava per il sottile. Ci fu una mezza rissa, tra tre giocatori, distante da dove lui era piazzato. Voltando le spalle se ne accorse e si diresse prontamente a sedare gli animi. Ci andò di corsa, come sua abitudine, con tanta velocità ed energia da non controllarsi e travolgere il gruppetto con la conseguenza di cadere tutti e quattro a terra tra le risate della gente…
Via con i pensieri, vado ad un’esperienza da assistente, quando calcavo i campi della serie B in una terna più o meno sempre fissa, perché eravamo bravi ed affiatati. Era un Venezia – Pisa decisivo per la classifica. Orlandini ordinò un calcio di rigore contro il Pisa, decretando il penalty per un fallo a gioco fermo, con la palla ancora da rimettere in gioco da parte del portiere. Sbagliò. Il Venezia segnò ma quando il Pisa presentò ricorso e fui interpellato sull’accaduto diedi la mia versione e decisero che la partita andava ripetuta. Tornammo in campo a Venezia. L’atmosfera era tesissima A pochi minuti dalla fine il Venezia usufruì (questa volta giustamente) di un rigore. I neroverdi lo batterono ma l’arbitro annullò perché il portiere avversario s’era mosso. Lo fece ripetere e questa volta Ballante, il portiere del Pisa, regolarmente lo parò negando al Venezia una vittoria che aveva già accarezzato per due volte. Venne giù lo stadio…
Andò come spesso accade nella vita e nel calcio: quando cerchi che le cose accadono non accadono mai. Quando meno vorresti che capitino ti arrivano addosso!
Di consigli ne avrei tanti per i giovani arbitri che si avvicinano a questo meraviglioso ruolo. Il più caloroso è di prendere l’arbitraggio con la dovuta serietà, prendendolo non come un hobby ma con la dedizione di un lavoro da fare con attenzione e puntigliosità e, ovvviamente, con una onestà di fondo che è data per scontata.
Preparandosi a sfide sempre nuove, sostenuti da una preparazione fisica oggi necessaria e da una conoscenza e applicazione del regolamento che sono prerogativa essenziale di un buon arbitro.

Leonida Zago


Decidere in pochi secondi senza esitazioni è una delle doti principali di un buon arbitro 
 
Rino Possagno

Rino Possagno è nato a Treviso l’8 settembre del 1930. Ha iniziato a giocare a calcio nelle file del Baldrocco, del Dopolavoro Ferroviario, della Cartiera Burgo Mignagola ed è stato uno dei fondatori della Aquila Fontane negli anni ’50. Appassionato di moto regolarità, si è aggiudicato la 12 ore Esso a Treviso. 
Ha iniziato ad arbitrare nel 1956 ed è stato il primo arbitro trevigiano ad arbitrare in serie A, nella quale ha diretto una decina di incontri. I figli Franco e Giovanni hanno seguito le sue orme, pur non giungendo ai suoi livelli.

Rino Possagno il 16 aprile 1970 per Torino - BolognaCome si fa a condensare in poche righe i ricordi più belli di un’intera carriera arbitrale, le emozioni su un’attività che ha segnato profondamente la mia vita, regalandomi grandi soddisfazioni e grande gioie ? 
Ci provo, lasciando andare la mente indietro, quando nel 1956, accompagnando una sera un amico iscritto alla sezione arbitri di Treviso (la cui sede allora era in via Inferiore), cedetti alle pressioni dei molti amici arbitri che conoscevo, per la mia appartenenza al mondo del calcio come stopper di molte squadre dilettanti trevigiane di allora, mi iscrissi al corso arbitri. “Con un fisico così e la tua esperienza di calciatore – mi dissero – farai presto carriera!”
Furono buoni profeti perchè in fretta scalai le serie minori fino ad affacciarmi alla allora serie C prima e nel 1965 alla serie B, dove creai i presupposti per il grande salto nella massima serie con decine e decine di partite difficili arbitrate. Pareva le scegliessero apposta per verificare le mie doti; quando c’era una partita che prometteva scintille c’era quasi sempre di mezzo il sottoscritto!
Forse perché incutevo paura ai giocatori con il mio metro e ottantasette, forse perché ero un tipo energico ed in campo non lasciavo mai spazio all’indecisione, anche se badavo molto al rapporto con i giocatori, facendo capir bene loro che in campo comandavo io. Fu così in un super derby tra Padova e Venezia nel campionato 66-67 che ricordo con piacere, perché andò bene e perché mi segnalò alla grande platea del calcio nazionale come un arbitro all’altezza dei tempi che cambiavano. Venne il debutto in serie A, quel Foggia – Lecco, che coronava tanti anni di sacrifici.
Ritorno alla grande emozione della prima partita all’Olimpico nel campionato 1968-69 in un Roma – Milan memorabile. Era il Milan di “paron” Rocco che, al termine, venne in spogliatoio per complimentarsi dicendomi “Jera ora che uno dei nostri rivassi in serie A!”. La posta era alta, il Milan puntava a vincere il campionato ed affidava a Rivera in attacco ed a Cudicini in porta i suoi sogni di tricolore. Fu una partita difficile con due gol, uno per parte, che fecero discutere i giornali per molti giorni, regalandomi la soddisfazione di essere uno dei primi arbitri a vincere la “sfida” con la moviola che, la sera, non sbugiardò le mie decisioni sul campo. Ne’ quando Peirò corresse a fil di fallo di fondo la palla del gol della Roma per un compagno (guardai l’assistente e capii al volo che non era andata fuori) ne’ quando la palla del pareggio milanista, sbattendo sotto la traversa, varcò millimetricamente la fatidica linea senza che nessuno ne fosse convinto. Anche in quell’occasione guardai il collega che non aveva avuto esitazione a segnalarmi il gol e lo convalidai di getto, certissimo di non sbagliare.
Prendere una decisione in poche frazioni di secondo senza esitazioni rappresenta una delle doti importanti per un buon arbitro. A decidere in fretta feci il callo anch’io: a Napoli annullai un gol di mano ad Altafini che, pochi secondi dopo, mi sfilò accando dicendomi “Ma come ha fatto a vederlo!”. Anche a livello internazionale dovetti prendere decisioni difficili. Ricordo che negai al francese Combin un gol galeotto segnato con un pugno, negando alla Francia un pareggio che l’avrebbe portata ai Mondiali. La stampa francese il giorno dopo fu onesta ed ammise che avevo visto bene; e la federazione francese mi scrisse un garbato biglietto nel quale riconosceva la mia bravura.
Amarcord: l’emozione del debutto a San Siro, le partite arbitrate in Coppa Campioni al leggendario Bobby Charlton, la tensione dei super derby in Meridione. Un Palermo – Messina con lo stadio che traboccava di folla. Una partita che nessuno aveva voglia di arbitrare. Scelsero me e l’affrontai con piglio deciso, senza lasciar spazio all’emozione. Tutto filò via liscio, anche il fatto che negai al presidente della Regione Sicilia il permesso di stare a bordo campo richiestomi pochi minuti prima di scender in campo, in spogliatoio: “Spiacente – risposi – ma il regolamento vale per tutti…” 
Fu proprio al Sud, a Reggio Calabria che mia moglie telefonicamente mi informò che mia figlia era nata, di domenica, neanche farlo apposta. Ersilia ebbe la pazienza di aspettarmi, per tanti anni, lasciandomi partire, (sempre in ritardo…), per le sedi dove mi designavano, ricompensata solo dai souvenir che le portavo a casa da ogni parte d’Italia. Facevo fuori quasi sempre il rimborso che mi davano, ma ero felice. La passionaccia, che mi spingeva ad allenarmi alle sei e mezzo del mattino con Bortoletto, molte volte alla settimana, prima di andare al lavoro, non venne mai meno. Neppure quando, decisi di appendere le scarpe al chiodo, ritirandomi volontariamente perché avevo capito che era tramontata la mia epoca. La Federazione mi gratificò con la nomina a Commissario. Ma dalla tribuna il calcio non fu più lo stesso…

Rino Possagno


Ai miei tempi si dirigevano 2 o 3 partite in serie A. Oggi sono tutti fenomeni… 
 
Paolo Milan

Paolo Milan è nato a Padova nel 1941. Ha frequentato il Corso Arbitri 1962/63 esordendo nello stesso anno in 3a categoria.
Sei stagioni più tardi l’esordio in serie D, dopo aver diretto 198 gare di dilettanti.
Nel 1973/74 il balzo in serie C, dopo 86 gare di serie D e l’ esordio in serie B nella stessa stagione (a nessun altro arbitro è mai capitato!) con Taranto-Catania.
Nella stagione 1975/76 l’esordio in Serie A con Perugia – Napoli, dopo un anno di inattività per la rottura del tendine d’Achille. Nel campionato 81/82 l’ultima gara arbitrata delle 25 in serie A: Catanzaro – Cagliari. Tra le altre un Milan – Bari, prima gara del Milan in serie B.

Credo che, entrare in campo a San Siro, per un arbitro sia il massimo e per me lo è stato nell’anno in cui il Milan vinse il campionato e la stella e cioè in occasione di un Milan – Roma finito 1 a 0 su calcio di rigore di Antonelli a 7 minuti dalla fine (il Messaggero al lunedì scriverà: per la Roma 2 Milan sono troppi !)
La cosa straordinaria, piena di emozione, è successa quando, con le squadre schierate a centro campo, il pubblico iniziò a ritmare: Milan! Milan! Milan!.
Io , immediatamente, pensavo fosse per me… ed invece quell’incitamento era tutto per la squadra di casa. Comunque è stato piacevole sentire circa 50.000 persone urlare il mio nome!
E’ stato questo uno degli episodi più belli e significativi della mia vita che, al momento, mi qualificavano definitivamente arbitro di serie A. Non c’è nulla al mondo di più bello, per un arbitro, di poter dire di aver avuto la fortuna di calcare i più prestigiosi stadi della massima serie. A quel tempo si dirigevano 2 o 3 gare di serie A all’anno, se tutto andava bene, ora invece sono tutti dei “fenomeni”.
Arbitrando ci si abitua a tutto: ai vizi ed ai capricci dei vari Mazzola e Rivera, ai falli di Longobucco piuttosto che di Furino il quale, dopo due falli fischiatigli contro, si permetteva di dire: “Ma arbitro lei non mi fa giocare!”. Ci si abitua alle proteste di Facchetti (si proprio lui, in campo un bel presuntuoso!) o di Spinosi e ci si meraviglia della sportività di Mutti o di Ranieri. Ci si abitua alle telefonate (vietate!) dei vari presidenti di società: i Viola, i Mantovani, i Ferlaino, piuttosto che Boniperti o Farina? Ci si abitua ai pianti dei retrocedendi: vero presidenti del Lecce, del Varese del Palermo?
Poi tutto passa, tutto finisce improvvisamente, senza validi motivi, e ti trovi a fare il Commissario Speciale (l’osservatore di oggi), magari in serie A per giudicare i tuoi compagni di prima, come Longhi, Pairetto, d’Elia.
Passa anche questo ed alla fine dopo anni, ti accorgi che è meglio andare ad insegnare poche e ritrite cose, ripetute migliaia di volte, ai ragazzini che con entusiasmo iniziano sui campetti della periferia di Treviso, a San Trovaso, a Carbonera, a Paese piuttosto che a Silea o Ponte di Piave. Dove ti sembra di tornare indietro a trent’anni prima, con un pizzico di nostalgia e la stessa passione dentro.

Paolo Milan

Athos Favaro a sinistra accanto a Possagno e il veronese Silvestri in una terna a Monza nel 1969

Athos Favaro vanta quarantott’anni di tessera della Sezione A.I.A. di Treviso nella quale ha coperto tutte le cariche fino alla vice presidenza per molti anni. Approdato alla C.A.N. C in IV° Serie quale arbitro, ha poi percorso le tappe di una veloce carriera come assistente in C.A.N. A e B nelle quali ha preso parte a circa 50 partite.

Primi anni ’50. La guerra è finita da poco, ma ha lasciato tracce indelebili nella vita e negli animi delle persone. Si diventa grandi in fretta. Un ragazzo, maturo per esperienze vissute nel periodo bellico, ma vivace, scattante, pieno di energie, si guarda intorno per curiosità. Il mondo incostante offre poco ai suoi vent’anni; ma c’è lo sport che lo attira, quello del “pallone” sogno di tutti i giovani. Lo pratica nel campetto dell’oratorio azzuffandosi spesso con i compagni. Piano piano il ragazzo coltiva un’idea: indossare la giacca nera dell’arbitro, quello che detta le regole in campo. Si iscrive ad un corso di preparazione, supera gli esami e non vede l’ora di indossare la mitica divisa. Ma per il momento questo resta un sogno. Le prime partite del giovane arbitro vengono disputate nei campi di periferia e lui veste magliette e calzoncini anonimi. Resta la grinta, la consapevolezza del suo compito. La divisa vera arriverà dopo circa un anno e mezzo e l’emozione nell’indossarla, nel portare al petto il distintivo che gli sarà così familiare per tanti anni resterà impressa per sempre nel suo cuore. Quanti sacrifici per essere sempre presente in campo! Senza la macchina (pochi per la verità l’avevano a quel tempo) quel ragazzo si sobbarcava ore di pullman o di treno col terrore di addormentarsi durante il viaggio, stanco dopo una settimana di lavoro. Ma che entusiasmo, che soddisfazione nonostante le difficoltà. I Commissari Speciali d’allora venivano a visionare l’operato dell’arbitro solo dopo un paio di anni di appartenenza alla Sezione. Il buon andamento di una gara fino allora era stato frutto di capacità personali e dei consigli dei colleghi più anziani.
Passano gli anni della gavetta e il giovane arbitro mostra sempre più la volontà di riuscire nel suo compito, una certa capacità aumentando di conseguenza gli impegni in ambito sportivo e sezionale. Ora quell’arbitro maturo per età, non calca più i campi di gioco, ma lo spirito è rimasto quello degli esordi, capace di restare vicino ai giovani per spronarli e mettere a loro disposizione la propria esperienza.

Athos Favaro


La discrezionalità che ci è concessa non può andare contro il regolamento 
 
Domenico Falzier

Domenico Falzier è nato a Treviso il 27 agosto 1942. Figlio d’arte (il padre Rino è stato eccellente arbitro di serie B) ha iniziato ad arbitrare nel 1962. In breve tempo ha scalato i campionati minori per approdare in serie B nella quale ha diretto oltre 90 incontri. Il trampolino di lancio verso la serie maggiore con il debutto in serie A in Avellino – Como. Nella massima serie ha diretto 3 gare. Ha appeso il fischietto al chiodo nel campionato 1983-84 per ricoprire vari incarichi in seno all’A.I.A. Dal 1997 è presidente della sezione di Treviso.

Ciascuno di noi ha un proprio carattere, sentimenti, ambizioni e paure e vive conseguentemente ogni sua azione; quindi anche l’arbitraggio secondo una interpretazione del tutto propria. 
La discrezionalità che ci è concessa non può andare contro il regolamento, ma un proprio stile, un proprio metro di giudizio, un’ottica propria non possono essere represse, umiliate sull’altare dell’uniformità, alla ricerca di un modello standard di comportamento. 
Non si arbitra per schemi che risultano limitativi, soffocano la personalità, esaltano le insicurezze.
Non deve essere opportunismo o un discostarsi dai normali canoni di comportamento, bensì un assecondare il proprio stile che deve realizzarsi e non restare nell’ombra.
La personalità è capacità di concentrazione, è determinazione. E’ andare avanti oltre le pressioni esterne, mantenendo il massimo dell’equilibrio e della capacità di giudizio oltre l’errore commesso. Come fare ?!
L’impegno è un buon viatico per il successo. Il talento da solo non basta. 
Ci vuole saggezza.
Un uomo non dovrebbe mai vergognarsi di confessare di aver sbagliato: ciò vuol dire che oggi è più saggio di ieri. 
Ed infine un invito alla prudenza, con una frase celebre: “Non c’è cammino troppo lungo per chi cammina lentamente, senza sforzarsi, non c’è meta troppo alta per chi vi si propone con pazienza”.
Esempio fulgido di figura arbitrale che ha segnato il cammino della nostra Sezione indicando un modello da seguire è stato Antonio Gallego. Un uomo di carattere, che ha avuto sempre il proposito di rimanere se stesso. Con attenzione e fermezza di volontà non ha preso colore dalle cose che lo hanno circondato, non ha variato sentimento secondo i casi o le sensazioni e la paura del ridicolo. Ha studiato di non apparire diverso da quello che è, ma di essere quel che desiderava essere. Non ha cercato mai la popolarità rinnegando la propria coscienza, applicando il proprio modello di vita arbitrale anche a quello personale. Mi sembra un ottimo modo di interpretare il ruolo affidato ad un arbitro anche quando egli si imbatta nella “fama” meritando popolarità che va, quasi sempre, oltre il merito ed il ruolo se questo si intende come “parte” di un gioco.

Domenico Falzier

Gianni Cervellin è uno dei personaggi di spicco della sezione di Treviso. Arbitro effettivo dalla stagione ’62-’63, ha fatto parte dell’organo tecnico C.A.S.P. (IV° serie) negli anni ’70-’76. E’ stato Commissario Speciale alla C.A.N. D nel quale gli è stato conferito il premio nazionale Nicolini quale miglor Commissario Speciale nell’ ’86. Vice Commissario Regionale nell’ ’84-’85 è stato Presidente di sezione dal 1986 all’ ’97, anno nel quale ha fatto parte del Comitato Regionale Arbitri.

Gianni Cervellin di scena a Imola per Imola - Forlì nel campionato 1964-1965

Quando giunge, immancabilmente, il doloroso momento in cui smetti di arbitrare, pensi che la meravigliosa avventura iniziata molto tempo prima, quando eri poco più che un ragazzo, sia definitivamente terminata. Pensi che la tua appartenenza all’ A.I.A., alle cui regole morali e sportive hai attinto copiosamente, abbia esaurito il suo scopo, che all’inizio consisteva nel soddisfare le giovanili esigenze di praticare un’attività sportiva, ma che in seguito, via via che ti arricchivi di nuove entusiasmanti esperienze, ti ha sempre più coinvolto fino a diventare la tua attività amatoriale più importante, nella quale profondevi il massimo impegno, pari a quello che dedicavi allo studio, al lavoro.
La visione retrospettiva di quell’esperienza, valutata con la maturità resa doviziosa dagli anni che l’età ha accumulato, ti fa capire l’incidenza che quella giovanile scelta ha avuto nella tua esistenza, ti fa comprendere come quegli anni abbiano costituito un impareggiabile scuola di carattere, di formazione destinata a lasciare un’orma profonda nella tua vita. Ti chiedi allora: “E’ tutto finito? La meravigliosa avventura è terminata?” 
No, non è così. Anche in quei tristi momenti la nostra Associazione ti rivolge il suo affettuoso, caldo invito, ti offre l’opportunità di continuare a dedicarti ad essa in altro modo, in nuovi ruoli, certamente diversi da quello originale, ma altrettanto emozionanti ed avvincenti, oltreché essenziali per la continuazione della stessa funzione arbitrale. 
Fare il preparatore o il dirigente delle nuove leve di arbitri, trasferire la tua cultura arbitrale, in senso lato, ai giovani che si affacciano titubanti alla nostra disciplina è una funzione appassionante di formazione che riesce a ridare fulgore al tuo spirito, un po’ offuscato dall’inesorabile logorio dei tanti fatti che affollano la vita. Allora il tuo cuore rivive la bellezza e l’ardore giovanili, pulsa con impetuoso vigore condividendo, facendo sue le paure e le gioie del giovane allievo che in quel momento calca il terreno, ora leggero e rigoglioso, ore greve e infido. 
I fatti del giuoco, nella loro massima intensità, rimbalzano dal terreno agli spalti, ti investono adesso come vento impetuoso, adesso come brezza leggera; ti coinvolgono in ogni aspetto: ansie, emozioni, tensioni, soddisfazioni che intrinsecano la prestazione del giovane collega diventano tue sensazioni; ora sei sceso in campo, sei al suo fianco, lo sostieni e lo sospingi nelle zone che ritieni più idonee: il suo fischio è il tuo fischio. E’ come se continuassi ad arbitrare, ora però usando dieci, cento fischietti: quelli dei tuoi allievi…

Gianni Cervellin

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